Trump si dice favorevole all'unità irlandese, il DUP ricorda la volontà degli elettori

A Dublino il presidente Usa si dice favorevole all'unità dell'Irlanda, ma il DUP ricorda che la permanenza nel Regno Unito è la volontà democratica degli elettori. Lo Sinn Féin prova a usare le sue parole per chiedere un referendum.
Arriva a Dublino per giocare a golf, e finisce per parlare di confini, referendum e secoli di storia. Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, il 12 settembre 2026 siede accanto al Taoiseach irlandese Micheál Martin a Farmleigh House, nel Phoenix Park, dopo un volo notturno da Washington. E dice una cosa che nessun inquilino della Casa Bianca aveva detto con tanta leggerezza: «Mi piacerebbe vederla unificata. Penso che sarebbe fantastico. Un bel fiore all’occhiello per tutti se succedesse. Prima o poi succederà».
Parla dell’Irlanda, divisa da oltre un secolo tra la Repubblica indipendente e l’Irlanda del Nord, rimasta nel Regno Unito. Trump dice di non capire perché la parte settentrionale dell’isola non si sia già unita alla Repubblica. Poi indica Martin e aggiunge: «Hai l’uomo giusto qui per far partire le cose. Ma penso che sarebbe una cosa fantastica. Ovviamente il Regno Unito avrà qualcosa da dire al riguardo. Ma penso che sarebbe un’ottima cosa. Come potrebbe essere un male?».
La risposta arriva subito, e non da Londra. Il leader dei Democratic Unionists, il principale partito filo-britannico dell’Irlanda del Nord, respinge l’idea con durezza. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano», scrive Gavin Robinson su X. E ancora: «L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo. Come unionisti non siamo interessati alla distruzione del nostro paese unendoci alla Repubblica irlandese».
La volontà democratica è scritta nell’accordo del Venerdì Santo del 1998, mediato proprio dagli Stati Uniti dopo tre decenni di conflitto costati quasi 3.700 morti. L’accordo stabilisce che l’Irlanda del Nord resta nel Regno Unito finché la maggioranza degli elettori lo sostiene. E i sondaggi, negli anni, non hanno mostrato cambiamenti: la posizione è rimasta invariata.
Ma il contesto non è fermo. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha reso più semplice per l’Irlanda del Nord commerciare con la Repubblica, membro dell’UE, che con il resto del Regno Unito. Il lato protestante unionista è in declino demografico apparentemente irreversibile, mentre i nazionalisti irlandesi cattolici chiedono sempre più un referendum sull’unità. Lo Sinn Féin guida il governo di condivisione del potere nato dal cessate il fuoco dell’IRA del 1997 e dall’accordo di pace, ma a sud del confine è il principale partito di opposizione. La sua leader, Mary Lou McDonald, usa le parole di Trump per fare pressione su Martin: «La conversazione sull’unità irlandese è cambiata, e spetta al taoiseach iniziare a pianificare». Poi prende le distanze: definisce Trump un guerrafondaio che «deve smettere di armare Israele» e «deve smettere di favorire il genocidio del popolo palestinese».
Più ironica la reazione del Partito Socialdemocratico e Laburista, che compete con lo Sinn Féin per i voti nazionalisti. Alla conferenza annuale a Belfast, la leader Claire Hanna strappa sussulti e grida di entusiasmo: «Donald Trump nell’ultima ora ha annunciato di essere a favore di un’Irlanda unita». E poi, giocando sul doppio senso tra il trucco arancione di Trump e l’Ordine di Orange, la principale organizzazione fraterna protestante dell’Irlanda del Nord: «A quanto pare non è così arancione come sembra».
Più tardi, alla residenza dell’ambasciatore statunitense in Irlanda Edward Walsh, Trump mostra di sapere che le sue parole faranno rumore. Racconta di aver appena detto ai giornalisti che un’Irlanda unita sarebbe «una cosa molto bella», e aggiunge tra le risate: «Ho dato una bella risposta, credo. Ne leggeremo domani». Poi chiude con una domanda che suona più onesta di quanto vorrebbe: «Non c’è una risposta giusta, vero?».
Una risposta giusta forse no, ma una risposta sbagliata sì: trattare una ferita lunga un secolo come un’idea da battuta da spogliatoio. L’unità irlandese non è un colpo di golf. È una questione di volontà democratica, di confini, di memoria. E a Dublino, in una mattina di settembre, è stata liquidata con la stessa leggerezza con cui si commenta una buca riuscita male.