Trump autorizza 300mila tonnellate di hamburger a basso costo e spacca i repubblicani

Trecentomila tonnellate di macinato estero senza dazio per 90 giorni, con la promessa di venderlo al 25% sotto il prezzo di mercato. A protestare sono gli allevatori, cioè la base elettorale di Trump.
Con un post su Truth Social Donald Trump ha annunciato che per i prossimi 90 giorni gli Stati Uniti consentiranno l'importazione di 300mila tonnellate di carne macinata, quella usata per gli hamburger, senza il dazio fuori quota, l'aliquota più alta che scatta oltre una certa soglia di scambio. Il presidente Usa ha parlato di un impegno a vendere quella carne al 25% sotto il prezzo di mercato, a fine agosto intorno ai 6,89 dollari a libbra, quasi 15 dollari al chilo. La ragione della deroga è che il patrimonio bovino si è andato riducendo fino a raggiungere i livelli più bassi degli ultimi 75 anni.
La contrazione viene da lontano. La siccità che da più stagioni brucia i pascoli del Midwest e delle pianure meridionali ha reso il foraggio scarso e i mangimi cari, e per molti allevatori mandare al macello le mucche da riproduzione è stato più conveniente che nutrirle. Una scelta che paga subito e si sconta dopo: un capo bovino richiede due anni per arrivare al mercato, e chi ha liquidato le fattrici nel 2024, oggi non ha vitelli da vendere. A gennaio negli allevamenti americani c'erano 86,2 milioni di capi, il numero più basso dal 1951, con le fattrici in calo dell'8,6% dal 2020.
A questo si è aggiunto il divieto di importare bestiame messicano, deciso dopo la ricomparsa del verme carnario, un parassita che deposita le larve nelle ferite degli animali. Il Messico forniva ogni anno più di un milione di capi agli ingrassatori del Texas, la chiusura è durata quasi un anno ma non è servita: a giugno il parassita è comparso in allevamenti texani e in New Mexico, e così da luglio le importazioni sono riprese poco alla volta.
Quanto pesi davvero quel macinato, però, è un'altra questione. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno importato circa due milioni di tonnellate di manzo: le 300mila della deroga sono più o meno il 15% di un anno di importazioni, e secondo Glynn Tonsor, economista agrario della Kansas State University, coprono attorno al 3% del consumo americano di carne bovina. Nello stesso mercato i prezzi di manzo e vitello sono saliti del 9,4% in dodici mesi. Lo sconto promesso, ammesso che arrivi al banco frigo, morde su una fetta piccola di una corsa che va da un'altra parte.
Il macinato promesso da Trump invece non ha provenienza: il presidente non ha detto con quale paese abbia concluso l'accordo, né quali aziende abbiano accettato di vendere sotto prezzo. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato che saranno gli esportatori stranieri a praticare lo sconto, da trasferire ai consumatori americani in cambio dell'alleggerimento tariffario, ma sui nomi degli esportatori non è sceso nel dettaglio. L'ordine esecutivo, ha aggiunto, sarà firmato entro due settimane.
Più carne straniera nell'hamburger americano, però, è l'esatto opposto di quanto Trump ha sempre promesso alla sua base in nome dell'America first. A protestare questa volta non sono i consumatori ma gli allevatori. Colin Woodall, che guida la National Cattlemen's Beef Association, ha diffuso un comunicato poco dopo il post: gli allevatori americani condividono l'obiettivo di tenere la spesa abbordabile, ha scritto, ma inondare il mercato di carne sussidiata dai governi e venduta sotto il prezzo di mercato non è il modo di ricostruire la mandria. L'annuncio e gli altri interventi sul mercato, ha aggiunto l'associazione, «gettano acqua fredda sulle prospettive di crescita della mandria e sacrificano la stabilità di lungo periodo per un messaggio di breve periodo».
Dal Senato le obiezioni sono arrivate da chi rappresenta gli stati dell'allevamento, e sono tutti repubblicani. Tim Sheehy, del Montana, ha detto che la mossa renderà più difficile agli allevatori americani ricostruire la mandria e far scendere i prezzi, e ha ricordato che quegli allevatori sono in maggioranza elettori MAGA. Pete Ricketts, del Nebraska, ha parlato di un mercato inondato di carne di qualità più bassa a danno degli agricoltori del suo stato. La collega Deb Fischer ha piantato il paletto: abbassare i prezzi della spesa sì, ma non a spese dei produttori americani. Ethan Lane, che per gli allevatori fa il lobbista a Washington, l'ha detta più semplice: «Oggi ci sono molti produttori frustrati, molti che sentono che non è questo che avevano votato».
È qui che la spaccatura si misura. Il comitato politico della National Cattlemen's Beef Association dal 2012 ha destinato l'89% dei suoi contributi ai repubblicani, e nel ciclo elettorale del 2024 la quota è salita al 95%. Il settore che protesta è lo stesso che finanzia il partito.
Questa non è nemmeno la prima apertura di Trump alla carne straniera: già a febbraio aveva consentito l'ingresso senza dazi di 80mila tonnellate annue di ritagli magri argentini, e anche allora 8 deputati del suo partito gli avevano scritto per protestare. La prima volta che ne aveva parlato, nell'autunno del 2025, i futures sui bovini erano scivolati di oltre il 15% in pochi giorni e il senatore dell'Iowa Chuck Grassley aveva tagliato corto: il presidente farebbe meglio a tenere la bocca chiusa su quel tema e a non scriverci sopra sui social.
La nuova deroga dovrebbe restare in vigore oltre le elezioni di medio termine di novembre, entrando in una campagna elettorale dove i prezzi della spesa sono al centro delle preoccupazioni di entrambi i partiti. Il calcolo di Trump sembra chiaro: guadagnare consenso fra i consumatori accettando di perderne negli stati che allevano, e che tradizionalmente sono più vicini al partito repubblicano.
Con l'approssimarsi della scadenza elettorale, visti i dati sul consenso in caduta libera, Trump e il suo partito stanno cercando tutte le strategie per correre ai ripari. Nel discorso televisivo di luglio il presidente aveva ripetuto che nel 2020 gli avevano rubato la vittoria, e per le elezioni di midterm aveva sventolato lo spauracchio di interferenze straniere. Nel corso dell'estate agenzie federali e Casa Bianca hanno continuato diffondendo documenti sul presunto voto dei non cittadini. A dare manforte è arrivato l'ideologo di ultradestra Steve Bannon, che ha annunciato l'emergenza nazionale sulla sicurezza elettorale entro fine agosto: «Sta arrivando, tenetevi libera l'ultima settimana del mese», ha promesso. Anche Donald Trump, che a febbraio aveva assicurato di non volerla dichiarare, a fine agosto non l'ha esclusa: «Sono successe cose più strane», ha detto sibillino.