Novecento italiani hanno combattuto per Israele. E nessuno, in Italia, sa chi siano

Il numero non l'ha dato Roma. È uscito da una richiesta di accesso agli atti presentata in Israele, e il governo italiano, interrogato in Parlamento, ha risposto che quelle informazioni non le ha.
C'era questa storia, qualche anno fa. Una ragazza di Firenze, poco più che ventenne, molla l'università e va a vivere in Israele. Fa l'Aliyah, passa cinque mesi in un kibbutz a imparare l'ebraico, poi il servizio militare — che là devono farlo anche le donne. Due anni a un check point fra Gerusalemme e la Cisgiordania, finiti nel dicembre del 2020. Qualche anno dopo un'intervista raccontava che l'avevano richiamata come riservista.
L'aveva raccontata lei, la sua storia. E fin qui è una storia personale come tante.
La domanda viene dopo: quante sono, storie così? Perché a contarle non è stato lo Stato italiano.
Il numero c'è, ed è novecentoventotto. Tanti gli italiani che hanno prestato servizio nelle forze armate israeliane fra l'ottobre del 2023 e il marzo del 2025. Quasi tutti col doppio passaporto.
Solo che quel numero non arriva dalla Farnesina. Arriva da un avvocato israeliano che ha chiesto i dati al proprio esercito con una richiesta di accesso agli atti, e da due giornalisti britannici che l'hanno pubblicata. A rispondere è stato l'esercito israeliano, senza fare nomi.
L'8 ottobre 2023, il giorno dopo l'attacco di Hamas, il ministro degli Esteri Antonio Tajani disse che gli italiani nell'esercito israeliano erano «un migliaio». Poi per due anni non se n'è parlato più.
Quando gliel'hanno chiesto in Parlamento, con un'interrogazione del settembre 2025, il governo ha risposto che Israele non dà informazioni sui propri militari.
E poi c'è la cosa che di solito non si dice: non esiste una legge italiana che lo vieti. Il codice penale punisce chi arruola in Italia per conto di uno Stato straniero, cioè il reclutatore. Non chi parte. Chi si arruola all'estero per conto suo non commette nessun reato. E la vecchia convenzione fra Italia e Israele sul servizio militare dei doppi cittadini ha smesso di contare quando da noi la leva è stata sospesa: legge del 2004, in vigore dal 1° gennaio 2005.
Quindi il quadro è questo: quasi mille italiani in armi in una guerra su cui pendono procedimenti internazionali, nessun obbligo di dirlo a nessuno, nessun elenco da nessuna parte, e un governo che risponde di non poter sapere perché i dati ce li ha un altro Paese.
Chiedere chi sono non vuol dire accusarli. Vuol dire chiedere che qualcuno tenga il conto — che poi è l'unica cosa che permette, se un giorno dovesse servire, di distinguere i tanti che hanno fatto la naja da chi eventualmente abbia fatto altro.
Per ora la risposta è che non lo sa nessuno. E che nessuno lo sta chiedendo a chi invece lo sa.