ITALIA· 3 min di lettura

24,8 milioni di italiani non dichiarano redditi

di Antonio Fabrizio
Il 30% dei contribuenti paga quasi l'80% dell'Irpef

L'Osservatorio Itinerari previdenziali fotografa un fisco che pesa su una minoranza: 24,8 milioni di italiani non dichiarano redditi, mentre 8 milioni di contribuenti sopra i 35mila euro versano il 65% dell'Irpef.

24,8 milioni di italiani non dichiarano redditi. Non versano nulla, o quasi. E il conto lo paga una minoranza: il 30% dei contribuenti, quelli che dichiarano dai 29mila euro lordi in su, si accolla quasi il 79% di tutta l'Irpef.

È la fotografia che esce dall'ultimo Osservatorio Itinerari previdenziali, presentato al Cnel e basato sui redditi del 2024 dichiarati nel 2025. Un'istantanea che smonta il mito di un Paese dove tutti sono tartassati dal fisco: i numeri raccontano un carico concentrato su pochi, mentre una platea enorme resta fuori.

L'imposta sui redditi vale poco più di 216 miliardi, considerando anche le addizionali regionali e comunali. E la distribuzione è tutt'altro che uniforme.

I contribuenti con redditi fino a 29mila euro sono il 69,78% del totale, ma versano solo il 21,33% dell'Irpef: quasi 46 miliardi. Chi dichiara fino a 7.500 euro paga in media 19 euro all'anno. Tra 7.500 e 15mila si sale a 204 euro. Tra 15mila e 20mila l'Irpef media è di 1.773 euro, una cifra che resta sotto il costo pro capite della sanità: 2.347 euro nel 2024. Per garantire la sola sanità a questa metà della popolazione servono 54,45 miliardi a carico di altri cittadini.

Dall'altra parte ci sono gli 8 milioni di contribuenti che dichiarano da 35mila euro in su: sono il 18,78% del totale e versano da soli il 65% di tutta l'Irpef. Oltre i 100mila euro ci sono 745.615 persone, l'1,75% dei contribuenti, che pagano il 22,25% dell'imposta.

L'Osservatorio li descrive come «soggetti che, pur dando con le loro imposte un contributo fondamentale al Paese – sono sostanzialmente trascurati da ogni proposta di sindacati e politica, e anzi spesso "minacciati" di ulteriori imposte o tagli, come la patrimoniale».

Il welfare che questi versamenti dovrebbero finanziare ha un costo elevato. Nel 2024 sono serviti 138,33 miliardi per la sanità, 180,5 per l'assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per queste tre funzioni sono state usate tutte le imposte dirette, 325,27 miliardi, più almeno 7 miliardi di imposte indirette.

Qui arriva il paradosso che Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, mette in fila: «Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell'intera Irpef. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. Non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio. Serve un cambio di rotta: meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all'evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l'autonomia, aumentando la base di chi contribuisce.»

Non è solo una questione di aliquote. Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, segnala una «progressività occulta»: all'aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire deduzioni, bonus e sgravi. «Perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti e così via) da parte di Stato, Regioni e Comuni?».

Intanto il viceministro dell'Economia Maurizio Leo, intervenuto al convegno con un videomessaggio, ha annunciato l'obiettivo della maggioranza per la prossima legge di Bilancio: estendere l'aliquota del 33% dagli attuali 50mila fino a 60mila euro, fascia oggi tassata al 43%. Una mossa che alleggerirebbe proprio quel ceto medio-alto che oggi regge il sistema.

L'Osservatorio propone anche una revisione profonda dell'Isee e una banca dati centralizzata dell'assistenza per limitare l'elusione fiscale. Ma il punto resta quello: se l'assistenza cresce senza ridurre la povertà, il problema non è quanto si preleva, ma da chi e come si spende.