L'ex premier israeliano Bennett: bruciare case di arabi innocenti con le persone dentro è «terrorismo ebraico»

L'ex premier israeliano e candidato alle elezioni del 27 ottobre chiama le violenze dei coloni con il loro nome: se si bruciano case di arabi innocenti per motivi nazionalistici, è terrorismo ebraico. Ma finché i responsabili restano impuniti, le condanne rischiano di restare parole.
«Se qualcuno viene a bruciare la casa di arabi innocenti con le persone dentro, allora ovviamente quello è terrorismo ebraico.» A dirlo non è un attivista, ma l'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett, candidato alle elezioni generali del 27 ottobre. Bennett ha pronunciato queste parole domenica alla conferenza Besheva, e ha aggiunto: «Se è fatto per ragioni nazionalistiche, questa è la definizione». Poi ha concluso: «Non capisco come questo serva il movimento degli insediamenti».
Le sue dichiarazioni arrivano in un momento in cui gli attacchi dell'esercito israeliano e dei coloni nella Cisgiordania occupata sono in aumento. La violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi si è intensificata negli ultimi anni: uccisioni, aggressioni, incendi dolosi, atti vandalici, distruzione di case, terreni agricoli e proprietà. Gruppi per i diritti umani e funzionari delle Nazioni Unite denunciano da tempo questa violenza e quella che descrivono come impunità, mentre i palestinesi subiscono un aumento degli sfollamenti a causa dell'espansione degli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale.
Bennett non è un osservatore esterno: è uno dei principali sfidanti del Likud di Netanyahu alle prossime elezioni, insieme all'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Le sue parole, quindi, pesano anche politicamente. Ma chiamare le cose col loro nome è solo un primo passo. Finché chi incendia case con persone dentro resta impunito, le condanne – anche quelle di un ex premier – rischiano di restare parole.