L'abbuffata culturale è il nuovo malessere digitale

Dai festival infiniti alle serie in maratona, l'industria culturale ci riempie di contenuti vuoti. Ma la sovrastimolazione sta producendo insonnia, dipendenza e una sensazione di vuoto. E non è un caso.
C'è uno spettacolo che si chiama Gola. Il protagonista, interpretato da Oriol Pla, divora ogni cosa da un distributore automatico e poi inizia una sequenza di acrobazie sempre più estenuanti. Alla fine di ogni numero chiede al pubblico: «Ancora?». È la fotografia perfetta del nostro rapporto con la cultura: un'ingordigia senza fine che ci lascia svuotati.
Basta guardarsi intorno. Romanzi, saggi, fumetti si accumulano sui tavoli delle novità in libreria, frutto di una sovrapproduzione editoriale che corre più veloce della nostra capacità di leggere. Le sale cinematografiche sono mezze vuote ma i film continuano a uscire a centinaia. I festival musicali si allungano dalla primavera all'autunno. E le piattaforme digitali ci bombardano di raccomandazioni algoritmiche, lottando per frammentare la nostra attenzione già esausta.
In questo perpetuo stato di sovrastimolazione, l'industria culturale riempie il nostro tempo libero di contenuti che potrebbero anche essere strumenti di emancipazione, ma che spesso diventano solo rumore. Lo ha spiegato bene Andrea Gumes, che nella serie 'Amigo internet' di Ciberlocutorio ha coniato l'espressione 'farmaco sonoro': ore e ore di rumore bianco, podcast salvati da ascoltare, playlist infinite. «Cerchiamo una certa anestesia e ciò che riceviamo è una buona dose di dopamina. Fantastico quando arrivi a casa distrutto dal lavoro», dice Gumes.
Il problema esplode quando quel martellamento continuo smette di essere un sollievo e diventa una trappola. «Provoca malessere, insonnia, dipendenza per ore e sensazione di vuoto», avverte Gumes. Non è solo stanchezza: è un malessere che ha radici lontane. L'idea illuminista di progresso costante, l'industrializzazione ottocentesca e la società dei consumi del Novecento hanno costruito l'impalcatura su cui oggi si regge l'iperconsumo culturale. Internet ha solo accelerato tutto.
Parte di questa spinta si chiama FOMO, la paura di essere tagliati fuori. È l'ansia contemporanea di non arrivare a tutto, un'eredità distorta di quel desiderio di progresso. Juan Evaristo Valls Boix la definisce «un malessere specifico e distintivo di una società del capitalismo digitale avanzato», fatto di degrado imprenditoriale di internet, concentrazione delle piattaforme e sfruttamento dell'attenzione. In pratica, siamo noi il prodotto.
Eppure qualcosa si muove. Contro questa deriva tecnofeudale stanno nascendo sensibilità affettive che rifiutano l'esaurimento, la sovrastimolazione e l'autosfruttamento. Forse la prossima volta che il sistema ci chiede «Ancora?», possiamo provare a rispondere di no.