Gli Stati Uniti si prendono 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano

L'accordo annunciato da Trump su Truth Social dà a Washington il 55% della produzione di una nuova società mista e una concessione di cento anni sui giacimenti. Ma restano dubbi legali e nessun dettaglio sull'operatore privato.
Gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, circa un quinto delle riserve del paese. L'annuncio è arrivato la sera di venerdì 28 agosto su Truth Social, il social di Donald Trump, senza quasi nessun dettaglio su struttura dell'intesa, giacimenti coinvolti o società partecipanti.
Secondo Trump, l'accordo è stato ottenuto «senza alcun costo per il contribuente americano» dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, insieme alla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez e «attraverso una partnership con privati». Il presidente ha scritto che l'operazione più che raddoppia le riserve petrolifere americane e abbasserà in modo sostanziale il prezzo dei carburanti.
Il Dipartimento di Stato ha precisato che l'intesa assegnerà agli Stati Uniti il 55% della produzione di una nuova società mista, costituita con un «operatore privato esperto in Venezuela» di cui non è stato reso noto il nome. Rodríguez ha concesso alla nuova società i giacimenti per cento anni. Il governo americano ha ottenuto più della metà del valore della società, tra quote azionarie e forniture garantite a prezzo di costo: quel petrolio servirà a riempire la Strategic Petroleum Reserve e a coprire il fabbisogno delle forze armate.
Rodríguez ha definito l'accordo storico e ha detto che prevede lo sviluppo di 17 giacimenti strategici, oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per lo Stato venezuelano. «Questi investimenti contribuiranno non solo al recupero e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali», ha scritto in un comunicato.
Il Venezuela ha le riserve accertate più grandi del mondo: 303 miliardi di barili, circa il 17% del totale. Ne estrae però appena 1,25 milioni di barili al giorno, l'1% della produzione mondiale. Il suo greggio è pesante e poco richiesto, gli impianti sono vecchi e il settore paga anni di investimenti mancati, cattiva gestione e sanzioni.
David Goldwyn, presidente della società di consulenza Goldwyn Global Strategies, ha detto a Reuters che non è chiaro se una concessione stipulata dal governo americano abbia una base legale nella costituzione venezuelana e nella nuova legge sugli idrocarburi. «Non esistono precedenti di un governo degli Stati Uniti che stipuli un contratto per gestire giacimenti petroliferi», ha detto. Lo Stato venezuelano mantiene per legge il controllo sulle attività centrali dell'industria petrolifera e l'accordo potrebbe finire davanti ai tribunali per motivi costituzionali.
Ricardo Hausmann, ministro venezuelano prima dell'arrivo al potere di Chávez e oggi professore all'università di Harvard, ha scritto su X che «un governo ad interim illegittimo, che si appoggia a una legge illegittima sugli idrocarburi, non ha alcuna legittimità per concludere questo accordo incostituzionale» e che «sarà un fiasco per tutte le parti coinvolte». L'annuncio ha irritato anche l'opposizione venezuelana, già delusa dal fatto che la cattura di Maduro non abbia portato a un vero cambiamento politico.
Non è chiaro se l'accordo farà scendere il prezzo della benzina nel breve periodo, perché costruire le infrastrutture per estrarre e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti supera i 4 dollari al gallone (3,8 litri). L'amministrazione è sotto pressione a due mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre. Le scorte della Strategic Petroleum Reserve sono scese sotto i 300 milioni di barili, dai 400 milioni di un anno fa, il livello più basso dall'inizio degli anni Ottanta. La guerra con l'Iran ha interrotto per sei mesi la fornitura di un quinto del petrolio mondiale e ha spinto il prezzo del greggio texano fino a 112 dollari al barile a marzo, contro i 58 dollari di inizio 2026. Venerdì il barile era scambiato a 83 dollari.
Chevron, la seconda compagnia petrolifera americana e l'unica con una presenza rilevante in Venezuela, dove opera da un secolo, sta trattando per ampliare le sue attività nel paese e potrebbe annunciare un'intesa già nella prima settimana di settembre, come ha rivelato il Wall Street Journal. Nel 2026 anche Repsol, Eni e Shell hanno firmato accordi con Caracas. Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, aveva invece detto, subito dopo la cattura di Maduro, di considerare il Venezuela un paese in cui non si può investire.
Il Venezuela ha nazionalizzato l'industria petrolifera negli anni Settanta, mettendo al centro la compagnia di Stato PDVSA. Con Chávez il governo ha stretto ancora di più il controllo, costringendo i produttori stranieri dentro società miste guidate dallo Stato e poi espropriando gli impianti di ExxonMobil e ConocoPhillips. Con Maduro la produzione è crollata. I predecessori di Trump alla Casa Bianca avevano sempre evitato di presentare il controllo sulle risorse naturali di un altro paese come un obiettivo della politica estera americana. Trump lo annuncia su Truth Social, senza quasi nessun dettaglio su come funzionerà.
