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Francia, social vietati agli under 15: è il primo paese Ue. Ma cosa è davvero un social network?

di Giulia Petrella
Francia, social vietati agli under 15: è il primo paese Ue. Ma cosa è davvero un social network?

La Francia dice stop ai social per i minori di 15 anni, prima in Europa. Ma la definizione di 'social network' è un rompicapo: YouTube, Discord o Roblox restano fuori? Il divieto è una protezione o una scorciatoia che ignora la voce degli adolescenti?

La Francia ha alzato un muro: niente social network per chi ha meno di 15 anni. È il primo paese dell'Unione Europea a farlo, sulla scia dell'Australia che da dicembre 2025 ha bloccato l'accesso agli under 16. La Spagna intanto discute se portare l'asticella a 16 anni. Una corsa al rialzo che sembra rassicurante, ma che si scontra con un problema di base: cosa diavolo è oggi un social network?

La legge francese ci prova: sono piattaforme che permettono di connettersi, chattare, condividere contenuti e scoprire altra gente, il tutto condito da video, post e algoritmi di raccomandazione. Poi però mette subito le mani avanti ed esclude enciclopedie online, directory educative, progetti open source. Una lista di buone intenzioni che apre una falla enorme.

Perché un'adolescente che passa il pomeriggio su YouTube a guardare video, chatta su Discord, gioca a Roblox con gli amici o segue una diretta Twitch sta usando servizi che di fatto sono social network, ma che potrebbero tranquillamente scivolare fuori dalla definizione. Il confine è talmente labile che il divieto rischia di colpire solo una parte dell'ecosistema, lasciando intatto tutto il resto.

E poi c'è la questione di fondo: ha senso trattare l'ambiente digitale come una stanza in cui entrare o uscire a comando? Per milioni di ragazzi e ragazze i social sono il luogo dove si costruiscono relazioni, identità, partecipazione. Metterli fuori dalla porta senza ascoltarli significa considerarli solo soggetti da proteggere, non persone con un'agenzia e una voce in capitolo su ciò che regola le loro vite.

Il paradosso è che mentre i governi fissano limiti d'età, le grandi piattaforme continuano a progettare e monetizzare ambienti fatti apposta per trattenere l'attenzione e spremere dati. La responsabilità di stare al sicuro resta tutta sulle spalle di minori e famiglie. Un divieto può servire a qualcosa, ma senza mettere mano a come funzionano questi spazi e senza coinvolgere chi li abita, è solo un cerotto su una ferita che continua a sanguinare.