«Non è per i soldi»: un papà cinese fa causa a Tencent per 1,50 dollari
Un padre cinese ha chiesto 10 yuan a quattro colossi del gaming dopo che il figlio ha accumulato quasi 1.900 ore di gioco in un anno e ha avuto un episodio di avvelenamento da farmaci. La causa è simbolica: vuole spingere le piattaforme a rispettare le regole anti-dipendenza per

«Non è una questione di soldi». Qin, un padre della contea di Tanghe, in Henan, ha fatto causa a quattro aziende di videogiochi chiedendo 10 yuan, meno di un euro e mezzo. I nomi: Tencent, NetEase, miHoYo e 37 Interactive Entertainment. L'uomo spera che il tribunale costringa le piattaforme a far funzionare davvero i sistemi anti-dipendenza per i minori.
Il figlio di Qin ha 18 anni da pochi mesi, ma la sua abitudine al gaming è molto più vecchia. Spesso nei weekend va avanti fino alle 3 o alle 4 di notte. Da marzo 2024, un solo account ha registrato 1.868 ore di gioco: quasi 2 ore e mezza al giorno. Per superare i limiti, avrebbe usato i documenti della sorella maggiore per registrarsi.
Il 23 maggio, circa un mese prima di andare in tribunale, il ragazzo ha preso 18 compresse per la febbre. È collassato, è finito in ospedale con una diagnosi di avvelenamento da farmaci. Si è ripreso, ma non ha mai detto perché l'ha fatto. Il padre pensa che c'entri il gaming, ma non ci sono conferme.
Dal 2021 la Cina ha imposto limiti durissimi: i minori possono giocare online solo un'ora al giorno, il venerdì, nei weekend e nei festivi, dalle 8 alle 9 del mattino. Ma secondo Qin, se le aziende non verificano bene l'identità, le restrizioni saltano subito.
Il caso doveva essere discusso il 6 luglio, ma diverse aziende hanno contestato la competenza del tribunale e l'udienza è saltata. Ancora nessuna nuova data.
Non è la prima causa del genere: nel 2023, in Arkansas, una madre ha citato in giudizio Activision Blizzard, EA, Epic Games, Microsoft e Ubisoft per i danni causati dalla dipendenza da videogiochi del figlio.